Israeli Tales Archive

Israeli Tales # the end

مع السلامة להתראות

Fra un Natale sfuggente ed un capodanno improvvistato il periodo Israeliano è giunto al termine.

Pochi giorni fa mi sono recato allo Yat Vashem, memoriale all’olocausto di Gerusalemme per tentare di capire, un po’ di più, che cosa ha spinto così tante persone con culture ed abitudini completamente diverse a lasciare tutto e trasferisrsi qui, in un luogo arido e fin troppo soleggiato. L’esperienza è stata forte e decisamente rivelatrice. Complice l’estrema semplicità del museo che, diversamente dalle mie aspettative, fa percorrere la storia senza sale buie od effetti speciali permettendo di avvicinarsi al dramma del popolo ebraico. Senza dubbio non si può semplicemente accusare Israele di aver occupato terra altrui senza un motivo, anche se i fatti odierni suggeriscono interpretazioni divergenti. Un popolo che si vede condannato solamente perché prega lo stesso Dio con un nome diverso è necessariamente portato a cercare un luogo sicuro dove poter crescere i propri figli senza timori ed umiliazioni. Una stanza in particolare lascia un segno indelebile nel turista frettoloso di depennare dalla guida i luoghi d’interesse della città: la Hall of Names. Questa non è nient’altro che una cupola tappezzata di foto di persone felici prima dell’olocausto seguita da registri in ordine alfabetico di tutte vittime. Nella sua semplicità riassume il timore di tutta l’umanità: la morte, ancor più difficile da accettare se ingiusta, inaspettata e di massa.

Se questa è innegabilmente una condizione sufficiente per imporsi e dichiararsi uno stato indipendente, non lo è più oggigiorno per ridurre il popolo palestinese in condizioni decisamente al limite ed in certi casi molto al di sotto del rispetto dei diritti umani. Si basti pensare al muro di “sicurezza” costruito attorno agli erosi territori palestinesi della cisgiordania, all’impossibilità di oltrepassarlo se non in possesso di uno speciale documento dato ad i soli residenti a Gerusalemme, all’obbilgo di utilizzare l’aeroporto di Amman e non di Tel Aviv e alla necessità di un visto per poter andare in Giordania ed utilizzarlo. Per non parlare di Gaza, dove al muro Israeliano si sta aggiungendo il muro Egiziano che porterà “all’inscatolamento” della strisca di terra più densamente popolata al mondo e la conseguente crescita dell’integralismo. Parlando con un professore di diritti umani nell’università di Al-Aqsa di Gerusalemme Est dove il campus stesso è stato diviso dal muro, quello che dovrebbe esser lo stato Palestinese non ha mai vissuto un periodo così di frustrazione e degrado. Dopo continue guerre ed intifade ora, dopo il muro, la situazione è congelata e la speranza di uno stato palestinese è di dubbio auspicio. Usando le sue parole “ormai lo stato palestinese è solamente meta di un turismo diverso, chi viene a fotografare il muro e compra una bandiera”. Parlando con altri studenti dell’università al di là del muro la sensazione di rabbia per esser isolati è seguita dalla speranza che quel muro cada e la rassegnazione all’esistenza di Israele. Per i più, la soluzione di uno stato unico, a condizione che Israele rimuova dalla sua dichiarazione il carattere giudaico è la migliore. La maggior parte di loro è stata a Gerusalemme, o in Israele, prima della costruzione del muro ma i nuovi adolescenti spiegano, non hanno avuto la stessa fortuna, non hanno mai visto cosa ci sia al di là, e probabilmente non lo vedranno ancora a lungo. E lo stesso discorso vale per i giovani Israeliani, intimoriti dai Palestinesi senza averne mai conosciuto uno. Le future generazioni portano l’odio dei genirotri senza aver mai avuto la possibilità di conoscere il vicino tanto contestato.

Confuso e senza soluzioni lascio questa terra, dove il sole illumina la cupola dorata della moschea islamica in terra ebraica.

Israeli Tales # 6

Natale nella terra promessa.

La festa più attesa è alle porte. Luci sospese in città congelate e sfrenate corse verso regali sbagliati staranno probabilmente segnando le vostre giornate. Qui, nella terra promessa, tutto è diverso. Niente luci, niente panettoni, niente sciarpe ed offerte imperdibili esposte in centri commerciali sempre troppo grandi. La vita scorre lenta, Hannukah (la festa delle luci) dove per una settimana dopo il tramonto si accende una candela è appena terminata con la sua gioia e la sua semplicità. La prossima festività sarà la giornata della memoria il 27 Gennaio. Niente Natale, niente Capodanno. Quaggiù, al centro del mondo, nella città santa per eccellenza corre l’anno 5770. Nemmeno una bottiglia di spumante od un abbraccio di circostanza davanti ad un albero finto dalla punta sempre inclinata segnerà queste due settimane così importanti ed attese nello stivale. Il sottoscritto si prepara però a vivere il Natale in maniera diversa. La notte del 24, accompagnato dai pochi superstiti all’esodo natalizio mi recherò a piedi a Betlemme per respirare un’altra atmosfera. Un Natale in cui le luci saranno candele, ed i cori della gente del mondo, nella piazza della mangiatoia, creeranno una nuova lingua, un nuovo suono. E mentre un russo ortodosso, un cattolico italiano ed un protestante tedesco litigheranno per appoggiarsi al muro, i bambini Palestinesi correranno felici nella piazza. Non capita tutti i giorni per loro, al di la del “Separation Wall” che potremo chiamare anche “Muro della Vergogna” di avere ospiti felici. Gerusalemme dista non più di 10 km, ma le differenze imposte sono palpabili. Niente cartoline e niente orribili calamite, ma macchine delle nazioni unite ed associazioni umanitarie attirano l’attenzione del turista a passeggio. L’impatto è stravolgente, il check-point è tristemente decadente. Fra filo spinato e Palestinesi pronti a lasciare indelebilmente le loro impronte digitali per riabbracciare i parenti noi ancora una volta passeremo un semplice “shalom” ed il nostro passaporto occidentale chiuso in mano. Aspettando che la situazione migliori, regaleremo un sorriso ed una mancia consistente ad una cameriera sorridente.

Buon Natale a tutti dalla Terra Santa, dove Babbo Natale ha portato muri ed intolleranza.

Israeli Tales # 5

Melting Pot

Decisamente una delle cose più interessanti di questo stato dalla recente nascita è la sua struttura sociale. Prendiamo l’Italia, o qualsiasi stato europeo a paragone. Ciò che accomuna storicamente gli italiani, i francesi o gli inglesi è la cultura, la lingua e, perché no, cibo ed abitudini. Israele invece è indubbiamente diverso. I suoi confini nazionali non si sono consolidati in secoli di guerre, la sua cultura non si è stratificata lentamente e le sue città, con alcune storiche eccezioni quali Gerusalemme, festeggiano appena cent’anni (Tel Aviv). Una domanda sorge spontanea: “che cosa accomuna gli Israeliani, e chi sono gli Israeliani che difendono così fermamente la propria patria?” Ovviamente su questo tema potrei dilungarimi per mesi, se non anni. Ma questa non è la mia intenzione, vorrei solo ricordare che Israele è stato fondato per dare una casa a tutti gli ebrei sparsi nel mondo. Ma cos’è Israele oggi? Chi ci vive? Il ritorno verso la terra promessa ha portato in mezzo secolo circa 5.200.000 persone in questa terra contestata, ciascuna delle quali ha portato con se la propria cultura, lingua ed abitudini. E’ questa la forza straordinaria di Israele: l’essere un perfetto melting pot culturale dove americani, etiopi e polacchi si sentono Israeliani.  La maggior parte dei nuclei familiari vedono genitori provenienti da due diverse nazioni parlanti due diverse lingue. Per questo chiedere ai giovani Israeliani le loro origini desta in me sempre una gioia ed una speranza per l’Italia. Risposte considerate quasi banali quali: “sono Israeliano ma per un quarto inglese, un quarto finlandese, un quarto francese ed un quarto polacco” continuano a destare un certa ammirazione del sottoscritto per  questo stato che nonostante i tanti rinomati problemi in una cosa ha decisamente centrato l’obiettivo: creare un senso nazionale che forse noi italiani abbiamo perso, o comunque rispolveriamo solamente durante i mondiali di calcio. Per questo Israele lascia affascinato il turista che si sente subito un po’ a casa. Il ristorante che offre pizza, spaghetti ma anche humus, gulash, shakshuka e solijancka crea quella che è la nuova cultura Israeliana che sfrutta tutte le potenzialità dell’apporto culturale del nuovo cittadino. Israele non è solo integrazione, ed i rapporti vicini di casa nonché le violazioni interne dei diritti umani sono molte, ma questo è un inizio da non sottovalutare che fa sperare, anche da noi, un’integrazione diversa con i nuovi italiani.

Israeli Tales # 4

Quando una sigaretta vale un visto.

Vista la rupe in cui sta precitando l’Italia nell’ultima settimana, mi congedo dal bel paese evitando di parlare di strumentali processi lampo o anacronistci (per non esser volgare) bianchi natali. Ovviamente, onde evitare di cadere nella trappola eviterò ogni paragone con lo stivale. Questo post sarà il racconto della partenza per un viaggio diverso, alla scoperta di una terra senza pace: da Gerusalemme ad Haifa e le Golan Heights, passando per la West Bank. Per tutti voi a diguno geografico, con West Bank mi riferisco ai territori palestinesi considerati occupati dal 1949 che assieme alla striscia di Gaza dovrebbero costituire lo Stato Palestinese.

Partenza: 19/11 ore 09.14

Mezzo di Trasporto: Yaris noleggiata presso King David (dove il 22 luglio 1946 le bande paramilitari ebraiche Irgun e Stern in accordo con l’Agenzia Ebraica ed il suo capo Ben Gurion, fecero esplodere parte dell’Hotel sede degli uffici Britannici).

Team: un americano (USA), un canadese (Quebec), un tedesco ed il sottoscritto.

Entusiasti per le quattro ruote e la possibilità di vedere finalmente la cosiddetta “altra faccia della medaglia” siamo partiti in Direzione Gerusalemme Est, oltre il “Separation Wall”. Per un turista passare il confine a Gerusalemme Est non è un problema, anzi direi che il governo Israeliano incita con i vari settlement illegali l’allargamento della Gerusalemme Israeliana con la speranza di “conquistare” la parte Orientale. Cambiano le insegne dei negozi (non tutte) ma il clima è lo stesso. Il problema si pone quando vogliamo entrare nella vera West Bank, oltre Gerusalemme. Arrivati al check point rimaniamo sbalorditi dal personale che ci accoglie: due ragazzi armati, forse nemmeno maggiorenni, ci chiedono in uno stentato inglese il motivo per cui vogliamo “entrare nella terra dei terroristi, non c’è nulla al di la”. Sorridendo per il sagace sarcasmo dei due ragazzini, spieghiamo di esser turisti (nonostante la targa israeliana) e di voler visitare Gerico. Al che, con un mitra puntato, ordinano: “Gimme a cigarette, I am the Boss”. Non avendo molte opzioni l’unico fumatore sgancia tutto il pacchetto e fu così che entrammo nei territori palestinesi.

Ovviamente non è la sigaretta chiesta con un mitra puntato che mi scandalizzò, ma il pensiero che la sicurezza del futuro stato palestinese sia affidata a dei ragazzini armati (sparsi in tutta la West bank) senza nessun controllo. L’idea che a fianco di un paese militarizzato quale Israele si venga ad affiancare un altro stato militarizzato guidato da impreparati ragazzini alimenta la mia idea di un equilibrio difficile e poco auspicato da entrambe le parti. Certamente, la dicharazione di costruire nuovi settlement a Gilo (quartiere di Gerusalemme Est) e le esercitazioni militari a cui abbiamo assistito mentre raggiungevamo le Golan Heights al confine con Libano e Siria, non fanno che rafforzare la mia tesi. Spero di sbagliarmi, ma ai miei occhi la pace è ancora lontana.

Israeli Tales # 3

Shabbat Shalom o libertà di circolazione?

Tutti noi ci lamentiamo spesso, e molto volentieri, dei nostri esasperanti trasporti pubblici che raggiungono l’apice dell’inaffidabilità durante il fine settimana. Che la bella piaciona Italia non sia paragonabile alla fiscale Germania è cosa nota, ma che ci fosse un’altra Italia all’ennesima potenza il sottoscritto non se l’aspettava. Miei cari concittadini gioite: Quando uno stato non è secolare ma, in questo caso, ebraico la vostra libertà di circolazione rischia di rimanere parcheggiata in garage. Durante lo Shabbat (giorno settimanale di riposo che inizia con il tramonto del venerdì sera e termina con quello del sabato sera), gli spostamenti possono essere molto difficili se non addirittura impossibili.

Iniziando dal sistema ferroviario (limitato a poche città) concludendo con autobus urbani e non, l’ultima corsa parte, inesorabilmente, alle 16.00 del Venerdì. In altre parole, scordatevi l’uso di mezzi pubblici per 24 ore. Molti di voi penseranno, a ragione, che il servizio taxi funzioni perfettamente ed in modo da sostituire senza troppi disagi il malcapitato. Beh, è vero solamente in parte. Ovviamente i taxi ci sono, ma applicano la tariffa Shabbat, ovviamente superiore, e non possono portarvi in tutte le zone della città. Avete capito bene: non solo non ci si può muovere, ma non si può disturbare determinati quartieri che vengono completamente chiusi al traffico, costringendo con gioia del tassametro, il fortunato tassista ad allungare il percorso.

Per rassicuravi nel caso stiate pianificando un futuro viaggio nell terra promessa, solamente a Gerusalemme durante il fine settimana interi quartieri vengono chiusi, mentre in città come Tel Aviv nonostante la mancanza di mezzi pubblici gli spostamenti risultano molto più semplici specialmente verso le affollate discoteche. Come dicono gli Israeliani, mentre Gerusalemme prega, Tel Aviv si diverte.

Devo tuttavia ammettere che questo religioso silenzio e queste tradizioni millenarie hanno il loro fascino. Camminare in una silenziosa città in preghiera, affollata e caotica durante la settimana è decisamente un esperienza dal sapore mistico che consiglio a tutti per un finesettimana. Certo, viverci è diverso, non penso che gli Israeliani non credenti o appartenenti ad altre religioni concordino nel sapore mistico del forzato silenzio. Ma anche questo è Israele: uno stato ebraico, dove la libertà di circolazione cede a favore di un religioso silenzio.

Israeli Tales # 2

Burocrazie a confronto.

Gli Italiani lo sanno fin dai primi mesi di vita e gli stranieri lo scoprono non appena passato il confine: l’adorato stivale è avvolto in tonnellate di “carte” di tutti i tipi formati e qualità.

Conscio della mia abilità maturata negli anni nel districarmi fra cavilli burocratici e timbri firmati (solamente noi firmiamo sopra i timbri, in tutti gli altri paesi si firma, ovviamente, sotto al timbro) mi sono avventurato nella mondo burocratico Israeliano, convinto che un piccolo paese di appena 60 anni non avesse maturato la mania tutta italiana nel collezionare moduli prestampati.

Con la tipica spavalderia di chi la sa lunga, iniziò la mia avventura, tuttora in corso, attraverso una paradossale burocrazia dal diverso alfabeto. Innanzitutto, se non sapete a memoria il vostro numero di passaporto in 3 giorni saprete anche le date di tutti i visti. Infatti per entrare all’università, allo studentato, al supermercato e persino in stazione degli autubus verrete controllati e riempirete tonnelate di moduli prestampati accartocciati fra metal detector e la valigia di un malcapitato turista olandese. Il “problema sicurezza” , recentemente tanto caro al mondo politico italiano, in Israele segna la cadenza delle ore al pari del muezzin che invita i fedeli alla preghiera.

Questo stadio di assedio permanente può essere efficacemente risolto per la parte universiaria ottenendo la famigerata “כרטיס סטודנט” (Carta dello Studente). Nulla di più facile nella nostra realtà trentina, ma non in the Holy City, ed ora ne riassumo la vicenda. Sopravvissuto alla prima settimana con passaporto in tasca e moduli recanti il mio titolo di Exchange Student, mi è stata dato un bellissimo foglio intestato dove in ebraico si spiegava alla guardia di turno di lasciarmi momentaneamente passare con il “solo” passaporto ai controlli. Ovviamente nessuna guardia credeva a quel foglio intestato quindi, se prima dovevo convincerli a farmi entrare all’università, ora dovevo aspettare che chiamassero la direzione per verificare l’autenticità della dichiarazione. Questa fastidiosa procedura da effettuare almeno 4 volte al giorno durava almeno dieci minuti e, come concorderete, non è la migliore soluzione al problema. Stanco della noiosa peripezia d’entrata mi sono recato nuovamente nell’ufficio dove, compilando svariati moduli, mi è stata concessa la “carta dello studente temporanea” senza foto e recante il numero di passaporto. Il che ovviamente implica il dover portare con se sempre il passaporto ed il dover spiegare che quella tessera plastificata non è falsa.

11 Novembre 2009, non ho ancora la Carta dello Studente: non siamo gli unici al mondo specialzzati nel rendere la burocrazia lunga, cavillosa e fastidiosa.

Israeli Tales # 1

Non ho ancora capito che cosa mi abbia spinto a partire da solo per il Medio Oriente. Sicuramente non lo è stata la tanto conclamata “voglia di viaggiare” e tanto meno la “permanente irrequietezza e voglia di partire” della nostra generazione. Quel modulo anonimo da compilare aveva un valore aggiunto: conteneva quella che definirei una “voglia di esperienza e comprensione” verso un micromondo che dobbiamo chiamare semplicemente Terrasanta.

Perché Terrasanta?

Da buon figlio della secolarizzazione in corso, ho sempre rifiutato di chiamare una regione con dimensioni simili all’Emilia-Romagna “Terrasanta”, ma dopo esser atterrato al Ben Gurion Airport di Tel Aviv mi sono dovuto ricredere. Usare parole come Israele e Territori Palestinesi Occupati per descrivere questa terra sono riduttivi e meramente politco-geografici. La Terrasanta è un crocevia di tradizioni, religioni e sapori di tutto il mondo. Si basti pensare che qui convivono tre fra le più grandi culture del pianeta: Cristianesimo, Ebraismo ed Islam.

Gerusalemme, la città tre volte santa, non poteva che esserne la capitale, nonché la base perfetta per il mio viaggio alla scoperta del Medio Oriente.

Sicuramente non è stato facile ambientarsi in questa confusione linguistico-culturale.

Ricordo perfettamente il mio arrivo all’aeroporto con il sole battente e 20 kg di valigia da trascinare alla ricerca di un mezzo affidabile per raggiungere lo Students Village di Gerusalemme. Fortunatamente trovai un taxi collettivo (sherut) diretto a Gerusalemme che ovviamente, non capendo le mie esigenze, mi lasciò da tutt’altra parte. Dopo svariate peripezia con una fastidiosa giacca pesante sottobraccio arrivai nel famigerato Village e con le chiavi in mano e tutti i miei averi entrai nell’appartamento 744.

15 Ottobre 2009: sono ufficialmente un Oversea Student alla Hebrew University of Jerusalem.