Sanbanews del giovedì – 15 aprile 2010
Published: 16 apr 2010Posted in: dallago, news, sanbanews, sociologia, treno della memoria, universi inversi, università
Dopo quattro giorni, eccoci giunti al termine, se così si può chiamare, di questa esperienza a Cracovia.
Non usiamo la parola “termine” con sicurezza, poiché di un finale vero e proprio speriamo non dover parlare.
Per molti di noi ragazzi infatti, sarebbe decisamente più indicato fare di questo percorso un buon inizio, per meglio porsi nei confronti della vita e delle responsabilità ad essa correlate, in un futuro prossimo.
Auschwitz, Birkenau, nonostante ormai dormienti, sono testimoni di tanti altri terribili luoghi di vergogna che esistono e purtroppo operano tutt’ora, per i quali spesso non si odono grida d’opposizione. Grida soffocate dall’indifferenza che abbiamo chiamato Zona Grigia.
Proprio su questo tema ruota quest’ultima giornata di riflessione e confronto, che ci ha riuniti tutti insieme in assemblea, sintesi del lavoro svolto fin ora.
Molte voci si sono consultate ed espresse riguardo ciò che significhi esattamente questo termine, da dove avesse origine, ma soprattutto, come trovare il metodo di uscirne.
Questa zona, interstizio tra opposti poli, è quella in cui per paura o interesse spesso ci si rifugia.
Fingendo di non vedere si è nel grigio.
Stringendosi nelle spalle si è nel grigio.
Restando immobili si è nel grigio e questa tonalità dilagante è il ruscello nel quale sguazzano persone che sanno cavalcare le onde, che godono dell’omertà silenziosa del qualunquismo, che fondano il loro personale culto sui capi piegati degli ignavi discepoli.
E quindi che fare per uscire da questo mare?
Sembra che la parola più consona sia rischiare, dimenticarsi della pavidità, osare, provare a forzare gli enormi ingranaggi intoppati della società, anche correndo il rischio di rimanere sconfitti, schiacciati dal movimento inverso.
Uniti, decisi e consapevoli che qualcosa si può ancora fare.
Perché forse non è noto a tutti, ma il grigio, per sua proprietà tende a cambiare sfumatura se posto vicino a un altro colore e di conseguenza, saremo noi a dipingerci di mille pigmenti, finche anche l’ultimo grigio muti in una nuova tonalità meno vaga.
Spesso il mondo adulto sostiene che noi ragazzi sognamo troppo e siamo vittime di utopie irrealizzabili.
Ma piuttosto che la pacata disillusione di chi, per eccessiva maturità o comodità, ha persino rinunciato a guardarsi attorno con un pizzico di fantasia e intraprendenza, meglio avere un sogno stupendo, anche con il triste presagio di una disillusa alba che potrà coglierci sul cammino.
Sperando in un mondo migliore.
Luca e Martina
Trentino 8 febbraio
Eccoci nuovamente al computer, improvvisandoci giornalisti per qualche minuto ancora…
Non risulta affatto semplice scrivere a proposito di oggi dopo un’intensa giornata, come quella trascorsa ieri.
Sull’interminabile strada da noi calpestata, che dal cuore spento di Birkenau, dilungava fino all’entrata, abbiamo lasciato e abbiamo acquistato sensazioni che hanno in parte offuscato le nostre attività di oggi.
Aleggiano ancora nelle coscienze, i nomi dei deportati, che attraverso le nostre voci, si sono divincolati dal guscio numerico e impersonale che gli era stato tatuato su arti e cuori.
“Io ti ricordo” “Io ti ricorderò sempre” è la formula attraverso cui l’alchimia prende atto, e mentre la voce commossa pronunzia ogni sillaba di questo sconosciuto nome, questo stesso rinasce nella mente come un uomo in carne ed ossa.
Ieri abbiamo recitato per un attimo la parte di dio.
Ieri abbiamo resuscitato un’anima perduta, dall’oblio di un numero che ne aveva divorato il viso, il ricordo, le tracce.
Ieri abbiamo recitato per un attimo un copione che spesso resta chiuso in un cassetto qualsiasi della coscienza.
Fiammelle, piccole fiammelle si accendono, esili nel fronteggiare il vento che tosto le sferza e le spegne.
Ma che importa? Ci auguriamo solo che quella luce, duri poco più del tempo necessario ad accendere un altro piccolo bagliore all’interno di noi.
Luca
Trentino - 7 febbraio
Impressioni di uno che s’è addormentato in Austria e s’è svegliato in Polonia…
Appena aperte le finestre forse ancora prima della luce è viaggiata la sorpresa. Gli occhi ancora stropicciati sono rimasti abbagliati dal connubio di neve e sole. Si notano fuori dalla finestra i due fili scuri delle rotaie e il profilo di qualche albero. Se non sapessi che là fuori si gela direi che potrebbe quasi essere estate…ma non è così. Forse il riscaldamente quasi eccessivo, le cuccette che in principio ci sono parse scomode e l’impossibilità di qualunque sosta durante il tragitto non erano poi così male. Non ci è sembrato nulla rispetto alle condizioni disperate in cui non troppi anni fa si sono trovati ragazzi e ragazze come noi costretti nello stesso viaggio ma incastrati in un folle sogno senza la redenzione del mattino.
La notte per noi è passata in quiete quasi cullati dal mormorio delle rotaie, niente pianti, nessun timore, nessun imprevisto a creare preoccupazioni sulla meta. Prima ancora di quanto potessimo pensare veniamo informati dell’arrivo prossimo da un volto amico, niente SS a gridarci “Buongiorno!”.
Colazione frugale e un’attesa tranquilla della stazione di Cracovia. Case, case diverse, case triangolari sparpagliate sulla cornice del finestrino. Niente montagne. Il cielo è limpido e l’aria così simile a quella fredda delle cime nevose. Gli alberi spogli si prostrano al cielo alzando rami fitti come piccoli e grandi cespugli levitanti. La neve come cipria pesante sulla superficie è a volte liscia e a volte butterata dall’umano passaggio. Tutto questo candore, questa innocua bellezza, si sono davvero prestati ad omaggiare l’efferatezza nazista?
KRAKOW BOWARKA, il treno si è fermato. Che succede? Ci siamo? No la giostra riparte…ma a me cosa cambia? Nient’altro che qualche minuto ancora passato in una tranquilla tratta.
KRAKOW PLASZOW…Siamo arrivati.
Luca, Martina, Matteo
Trentino - 6 febbraio 2010
Ritmo, ritmo, ritmo, la chitarra accompagna il fluire delle anime… è la partenza.
Siamo i nomadi della memoria.
Tanti, uniti e diversi, sciarpe e sciarpette, berretti e cappellini colorati, codini, creste bionde e qualche dread.
Ritmo tzigano, passi dritti e storti, torti i corpi sotto zaini ritti i volti a cercare con lo sguardo un binario in particolare.
Il binario che ci porterà nella fucina del male, nel ventre ossidato della tragedia sopita.
Guardateci, uomini, guardate, osservate lo snodarsi di una realtà danzante sul marciapiede, partiamo per noi, lasciamo Trento per il bisogno che abbiamo di trovare verità non recuperabili nelle parafrasi dei libri di storia, partiamo anche per voi, però, per riportare negli antri dell’indifferenza dell’ingenuità, un po’ del flamenco zingaro che stiamo ascoltando, con il tempo a dibattersi nei piedi, per stillare negli occhi, e servirvi, qualche goccia della nebbia senza scampo, aleggiante nei luoghi che visiteremo.
Parto per ogni uomo, perché in questo mondo di masse, mondo in cui il tutto è sponsor, sia messa in mostra anche quella parte di storia che non rifugia in una crisalide dorata.
Parto per riportare una pubblicità negativa tanto forte alla follia dell’uomo, da sperare che possa imprimersi negli animi, più di ogni altro prodotto commerciale, che tanto trova spazio nei cuori delle persone.
Quindi si va, iniziamo…
Eccoci sul treno, sistemati, affamati, tra poco inizieremo a muoverci realmente.
La gente qui ride, non c’è ancora tristezza, nemmeno l’ombra di malinconia e mi chiedo come sia stato però per i deportati, il giorno della loro partenza.
Per noi, ora le chitarre Rom tacciono, si sentono i fischi del treno, i gridolini eccitati e lo scricchiolare dei pranzi nei sacchetti.
Una voce negli altoparlanti ci raccontano l’inizio del nostro viaggio: “ attenzione…il binario…allontanarsi dalla linea gialla…”
Ma cosa sarà voluto dire, un imbarco senza il desiderio di imbarcarsi e un viaggio senza la voglia di viaggiare?
Mi alzo, accendo una sigaretta, appoggio la penna sul mio diario e il viaggio continua.
Luca
Trentino - 5 febbraio 2010 -
Si parte, gamba in spalla, 400 ragazzi di qualsiasi età da ogni parte del Trentino che si ritrovano e decidono di intraprendere un viaggio insieme. Dalla cooperazione trentina alla stazione. Un bagno di colori, di zaini, di borse, di giacche che affollano la strada. Cosa ci aspetta??? Teoricamente lo so, ma non so cosa veramente proverò. Parto perché ho bisogno di trovare risposte, di capire cose incomprensibili. Partiamo in treno proprio come facevano loro, i deportati, ma sono due storie, noi ripercorriamo le loro tracce. Io parto perché voglio imparare e voglio portare la mia testimonianza, i miei pensieri, non è possibile dimenticare queste cose per questo motivo mi trovo in una cabina riscaldata e scrivo. Non voglio che quello che è successo venga dimenticato, o peggio ancora negato, voglio poter dire: purtroppo è tutto vero, è successo veramente, non è una cosa che si può cancellare.
Le chitarre felici ritmano il percorso del treno. Spensierati partiamo. Nessuno pensa ai deportati, non cerchiamo di immedesimarci in loro, nelle loro paure, nella loro angoscia.
Il treno corre veloce. Noi iniziamo il nostro percorso, le nostre riflessioni.
Martina
Trentino - 5 febbraio 2010 -
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Kazimirez, 7 febbraio 2010
Dove poggio i piedi,
In questa piazza, sotto i nostri piedi,
su questo stesso suolo
molti sono morti.
Colpevoli?
Confinati nel ghetto, separati dagli altri abitanti
della città.
Da questa banditi.
Colpevoli?
Sfiliamo
tra le sedie commemorative.
Sedie per chi fu costretto ad aspettare ora, in piedi,
accanto ad una valigia inutile
fardello di illusioni
accorgimento strategico di fredde menti calcolatrici.
Sedie vuote.
Per chi non le può occupare.
Da molto tempo ormai.
Ma lo scorrere del tempo
rende il crimine meno grave?
la sofferenza meno intensa?
Colpevoli di cosa?
E adesso per un momento immaginate.
Al nostro ritorno, 10 febbraio
- Tutti i portatori dei difetti alla vista hanno l’ordine di indossare un segno distintivo sopra i vestiti in modo che sia sempre possibile riconoscerli.
- I portatori di difetti alla vista sono stati riconosciuti come elementi di svantaggio produttivo a danno della società
- Ai portatori di difetti alla vista è vietata la partecipazione alla vita politica della città e dello Stato.
- Le unioni tra cittadini sani e i cittadini misvedenti sono proibite; i difetti alla vista devono essere eliminati dalla linea di discendenza trentina.
- Tutti i portatori di difetti alla vista sono ora tenuti a risiedere nel quartiere della Clarina. Tutti.
- Chi tenta di nascondere la sua appartenenza al gruppo misvedente, tramite l’uso di lenti a contatto o in qualsiasi altro modo, è nemico della patria, poichè ostacola l’opera di rafforzamneto della sua stirpe. Chiunque smascheri un simile traditore, avrà diritto ad una ricompensa adeguata.
- I figli e i nipoti di misvedenti sono potenziali portatori dei geni infetti e pertanto vanno trattati con la stessaprassi riservata ai parenti.
- Sono da considerarsi misvedenti tutti coloro che hanno manifestato il disturbo prima del 14esimo anno di età.
Immaginate.
L’ansia di verificare i dati.
Dati sui quali è fondato uno spartiacque arbitrario.
Tu sei misvedente, tu no
Tu sei ebreo, tu no.
Tu muori, tu no.
Pensate ad un persona cara,
anche solo una,
che potrebbe essere considerata “misvedente”
Forse rientrate anche voi nella categoria. Ma se è così ignoratevi.
Pensate a quella persona.
Immaginatela nel piazzale del ghetto,
con le valigie in mano.
Ha appena varcato una delle porte.
E’ probabile che di là non esca più
o esca col treno.
Col treno.
CHE COSA FARESTE?
Irene