treno della memoria Archive

Sanbanews del giovedì – 15 aprile 2010


I Diari di Sanbaradio

Ogni gruppo si apparta all’interno di un’aula. A cerchio si attende solo l’inizio di questo ritrovo. E al centro di questo cerchio ci sono le aspettative della partenza, le paure e tante parole appese su qualche post-it. Di nuovo su quei colorati foglietti adesivi a ognuno di noi tocca scrivere una parola. La mia è rabbia. Perché questa parola forte è scaturita sopra tutte e con prepotenza quando sentivo le storie narrate dalla nostra guida in quei luoghi di sterminio. E ora che sono tornato mi accorgo di averla portata con me.
E’ una rabbia particolare, più da impotenza di ribelarsi contro tutto quello che è successo e rabbia verso una cosa così assurda.
Oggi non ho parlato. Ho solo ascoltato ed elaborato i miei pensieri. Ascoltando tutto quello che è saltato fuori nella discussione. I ragazzi sempre a cerchio erano attivissimi. Parlavano ed esponevano le loro idee, le loro sensazioni, paure e aspettative provate durante la visita in quei luoghi dell’orrore. Il discorso poi si è evoluto e si è posto su un piano più alto, arrivando alla domanda e noi oggi cosa possiamo fare?
Subito ho sentito che la mia rabbia in questo scenario può trovare finalmente uno sfogo, un possibile tentativo di ribellarsi e dire no. Perché ora posso trasformare quel senso di impotenza verso quelle vicende in consapevolezza di poter dire la mia e fare qualcosa ora, nelle vicende che in diverse sfaccettature compaiono anche oggi.
Non scorderò mai le parole di Robert Kennedy, fratello di J.F.K., pronunciate in un viaggio in Sud Africa. Si rivolgeva ai giovani e così li incitava dicendo che nella vita pochi avranno la grandezza necessaria a piegare la storia ma ciascuno di noi può operare per modificare una minuscola parte del corso degli eventi e tutte queste azioni formeranno la storia di questa generazione (dal discorso a Città del Capo, 6 giugno 1966). Ed è questo che possiamo e dobbiamo fare. Il trovarsi a parlare, come facciamo in queste occasioni, il discutere, mantenere viva una memoria e soprattutto impegnarci ora nel reale attraverso questi incontri. Dobbiamo impegnarci e far sì che queste occasioni di ritrovo possano portare a creare una coscienza, un pensiero che per piccolo che sia esiste e ha una sua vita propria. Perché è in uno stato autoritario che esiste solo un’idea, una consapevolezza e uno stesso destino. In questi stati di regime si fanno morire le diversità ideologiche e idem oggi, se ci affidiamo alle mode, alle ideologie presenti che ogni giorno sempre più deviano dalla retta via di un paese libero e rispettoso verso tutti, se non guardiamo con occhio critico a tutto quello che ci sta attorno, allora facciamo lo stesso errore che è stato fatto in passato. Quello di accettare che le cose vadano così. Bisogna creare un’alternativa al pensiero, o comunque prenderne coscienza e capire che bisogna cambiare, che si può cambiare se lo vogliamo. Bisogna portare avanti un’ideologia diversa e allora lì può realmente nascere il cambiamento. Penso in merito a questo a tutti i gruppi di discussione e i movimenti giovanili, e non, che si creano per gridare forte il proprio sdegno verso la mafia, che mettono la faccia e fanno sentire la propria voce, quelli sono un esempio di una coscienza diversa che si crea e che contrasta fortemente lo stato di soggiogazione in cui a volte è costretta la nostra società portando avanti una coscienza e un’idea di legalità.
Oggi possiamo questo. Parlare e ricordare, per costruirci noi un’idea, una coscienza che esisterà sempre nella società e che sarà un’alternativa e un grido in più contro tutti i possibili sopprusi che possono tornare. Essere sempre vigili e tenere stretta la voglia di essere liberi, noi e quelli vicino a noi.
E alla fine un’impronta su un lenzuolo. Un piccolo passo per dire che anche noi ci siamo.

Filippo Bonadiman
Incontro al Liceo Scientifico Leonardo Da Vinci di sabato 27 febbraio 2010

Flash back…Rassegna stampa, 8 febbraio

Dopo quattro giorni, eccoci giunti al termine, se così si può chiamare, di questa esperienza a Cracovia.

Non usiamo la parola “termine” con sicurezza, poiché di un finale vero e proprio speriamo non dover parlare.

Per molti di noi ragazzi infatti, sarebbe decisamente più indicato fare di questo percorso un buon inizio, per meglio porsi nei confronti della vita e delle responsabilità ad essa correlate, in un futuro prossimo.

Auschwitz, Birkenau, nonostante ormai dormienti, sono testimoni di tanti altri terribili luoghi di vergogna che esistono e purtroppo operano tutt’ora, per i quali spesso non si odono grida d’opposizione. Grida soffocate dall’indifferenza che abbiamo chiamato Zona Grigia.

Proprio su questo tema ruota quest’ultima giornata di riflessione e confronto, che ci ha riuniti tutti insieme in assemblea, sintesi del lavoro svolto fin ora.

Molte voci si sono consultate ed espresse riguardo ciò che significhi esattamente questo termine, da dove avesse origine, ma soprattutto, come trovare il metodo di uscirne.

Questa zona, interstizio tra opposti poli, è quella in cui per paura o interesse spesso ci si rifugia.

Fingendo di non vedere si è nel grigio.

Stringendosi nelle spalle si è nel grigio.

Restando immobili si è nel grigio e questa tonalità dilagante è il ruscello nel quale sguazzano persone che sanno cavalcare le onde, che godono dell’omertà silenziosa del qualunquismo, che fondano il loro personale culto sui capi piegati degli ignavi discepoli.

E quindi che fare per uscire da questo mare?

Sembra che la parola più consona sia rischiare, dimenticarsi della pavidità, osare, provare a forzare gli enormi ingranaggi intoppati della società, anche correndo il rischio di rimanere sconfitti, schiacciati dal movimento inverso.

Uniti, decisi e consapevoli che qualcosa si può ancora fare.

Perché forse non è noto a tutti, ma il grigio, per sua proprietà tende a cambiare sfumatura se posto vicino a un altro colore e di conseguenza, saremo noi a dipingerci di mille pigmenti, finche anche l’ultimo grigio muti in una nuova tonalità meno vaga.

Spesso il mondo adulto sostiene che noi ragazzi sognamo troppo e siamo vittime di utopie irrealizzabili.

Ma piuttosto che la pacata disillusione di chi, per eccessiva maturità o comodità, ha persino rinunciato a guardarsi attorno con un pizzico di fantasia e intraprendenza, meglio avere un sogno stupendo, anche con il triste presagio di una disillusa alba che potrà coglierci sul cammino.

Sperando in un mondo migliore.

Luca e Martina

Trentino 8 febbraio

Flash back…Rassegna stampa, 7 febbraio

Eccoci nuovamente al computer, improvvisandoci giornalisti per qualche minuto ancora…

Non risulta affatto semplice scrivere a proposito di oggi dopo un’intensa giornata, come quella trascorsa ieri.

Sull’interminabile strada da noi calpestata, che dal cuore spento di Birkenau, dilungava fino all’entrata, abbiamo lasciato e abbiamo acquistato sensazioni che hanno in parte offuscato le nostre attività di oggi.

Aleggiano ancora nelle coscienze, i nomi dei deportati, che attraverso le nostre voci, si sono divincolati dal guscio numerico e impersonale che gli era stato tatuato su arti e cuori.

“Io ti ricordo” “Io ti ricorderò sempre” è la formula attraverso cui l’alchimia prende atto, e mentre la voce commossa pronunzia ogni sillaba di questo sconosciuto nome, questo stesso rinasce nella mente come un uomo in carne ed ossa.

Ieri abbiamo recitato per un attimo la parte di dio.

Ieri abbiamo resuscitato un’anima perduta, dall’oblio di un numero che ne aveva divorato il viso, il ricordo, le tracce.

Ieri abbiamo recitato per un attimo un copione che spesso resta chiuso in un cassetto qualsiasi della coscienza.

Fiammelle, piccole fiammelle si accendono, esili nel fronteggiare il vento che tosto le sferza e le spegne.

Ma che importa? Ci auguriamo solo che quella luce, duri poco più del tempo necessario ad accendere un altro piccolo bagliore all’interno di noi.

Luca

Trentino - 7 febbraio

Flash back…Rassegna stampa, 6 febbraio 2010

Impressioni di uno che s’è addormentato in Austria e s’è svegliato in Polonia…

Appena aperte le finestre forse ancora prima della luce è viaggiata la sorpresa. Gli occhi ancora stropicciati sono rimasti abbagliati dal connubio di neve e sole. Si notano fuori dalla finestra i due fili scuri delle rotaie e il profilo di qualche albero. Se non sapessi che là fuori si gela direi che potrebbe quasi essere estate…ma non è così. Forse il riscaldamente quasi eccessivo, le cuccette che in principio ci sono parse scomode e l’impossibilità di qualunque sosta durante il tragitto non erano poi così male. Non ci è sembrato nulla rispetto alle condizioni disperate in cui non troppi anni fa si sono trovati ragazzi e ragazze come noi costretti nello stesso viaggio ma incastrati in un folle sogno senza la redenzione del mattino.

La notte per noi è passata in quiete quasi cullati dal mormorio delle rotaie, niente pianti, nessun timore, nessun imprevisto a creare preoccupazioni sulla meta. Prima ancora di quanto potessimo pensare veniamo informati dell’arrivo prossimo da un volto amico, niente SS a gridarci “Buongiorno!”.

Colazione frugale e un’attesa tranquilla della stazione di Cracovia. Case, case diverse, case triangolari sparpagliate sulla cornice del finestrino. Niente montagne. Il cielo è limpido e l’aria così simile a quella fredda delle cime nevose. Gli alberi spogli si prostrano al cielo alzando rami fitti come piccoli e grandi cespugli levitanti. La neve come cipria pesante sulla superficie è a volte liscia e a volte butterata dall’umano passaggio. Tutto questo candore, questa innocua bellezza, si sono davvero prestati ad omaggiare l’efferatezza nazista?

KRAKOW BOWARKA, il treno si è fermato. Che succede? Ci siamo? No la giostra riparte…ma a me cosa cambia? Nient’altro che qualche minuto ancora passato in una tranquilla tratta.

KRAKOW PLASZOW…Siamo arrivati.

Luca, Martina, Matteo

Trentino - 6 febbraio 2010

Flash back…Rassegna stampa, 5 febbraio 2010

Ritmo, ritmo, ritmo, la chitarra accompagna il fluire delle anime… è la partenza.

Siamo i nomadi della memoria.

Tanti, uniti e diversi, sciarpe e sciarpette, berretti e cappellini colorati, codini, creste bionde e qualche dread.

Ritmo tzigano, passi dritti e storti, torti i corpi sotto zaini ritti i volti a cercare con lo sguardo un binario in particolare.

Il binario che ci porterà nella fucina del male, nel ventre ossidato della tragedia sopita.

Guardateci, uomini, guardate, osservate lo snodarsi di una realtà danzante sul marciapiede, partiamo per noi, lasciamo Trento per il bisogno che abbiamo di trovare verità non recuperabili nelle parafrasi dei libri di storia, partiamo anche per voi, però, per riportare negli antri dell’indifferenza dell’ingenuità, un po’ del flamenco zingaro che stiamo ascoltando, con il tempo a dibattersi nei piedi, per stillare negli occhi, e servirvi, qualche goccia della nebbia senza scampo, aleggiante nei luoghi che visiteremo.

Parto per ogni uomo, perché in questo mondo di masse, mondo in cui il tutto è sponsor, sia messa in mostra anche quella parte di storia che non rifugia in una crisalide dorata.

Parto per riportare una pubblicità negativa tanto forte alla follia dell’uomo, da sperare che possa imprimersi negli animi, più di ogni altro prodotto commerciale, che tanto trova spazio nei cuori delle persone.

Quindi si va, iniziamo…

Eccoci sul treno, sistemati, affamati, tra poco inizieremo a muoverci realmente.

La gente qui ride, non c’è ancora tristezza, nemmeno l’ombra di malinconia e mi chiedo come sia stato però per i deportati, il giorno della loro partenza.

Per noi, ora le chitarre Rom tacciono, si sentono i fischi del treno, i gridolini eccitati e lo scricchiolare dei pranzi nei sacchetti.

Una voce negli altoparlanti ci raccontano l’inizio del nostro viaggio: “ attenzione…il binario…allontanarsi dalla linea gialla…”

Ma cosa sarà voluto dire, un imbarco senza il desiderio di imbarcarsi e un viaggio senza la voglia di viaggiare?

Mi alzo, accendo una sigaretta, appoggio la penna sul mio diario e il viaggio continua.

Luca

Trentino - 5 febbraio 2010 -

Si parte, gamba in spalla, 400 ragazzi di qualsiasi età da ogni parte del Trentino che si ritrovano e decidono di intraprendere un viaggio insieme. Dalla cooperazione trentina alla stazione. Un bagno di colori, di zaini, di borse, di giacche che affollano la strada. Cosa ci aspetta??? Teoricamente lo so, ma non so cosa veramente proverò. Parto perché ho bisogno di trovare risposte, di capire cose incomprensibili. Partiamo in treno proprio come facevano loro, i deportati, ma sono due storie, noi ripercorriamo le loro tracce. Io parto perché voglio imparare e voglio portare la mia testimonianza, i miei pensieri, non è possibile dimenticare queste cose per questo motivo mi trovo in una cabina riscaldata e scrivo. Non voglio che quello che è successo venga dimenticato, o peggio ancora negato, voglio poter dire: purtroppo è tutto vero, è successo veramente, non è una cosa che si può cancellare.

Le chitarre felici ritmano il percorso del treno. Spensierati partiamo. Nessuno pensa ai deportati, non cerchiamo di immedesimarci in loro, nelle loro paure, nella loro angoscia.

Il treno corre veloce. Noi iniziamo il nostro percorso, le nostre riflessioni.

Martina

Trentino - 5 febbraio 2010 -

Rassegna stampa: 4 – 10 febbraio 2010

5-febbraio_trentino

6-febbraio_trentino

7-febbraio_trentino

8-febbraio_trentino

9-febbraio_trentino

Poesia e treno, 9 febbraio intorno alle 20

Kazimirez, 7 febbraio 2010

Dove poggio i piedi,

In questa piazza, sotto i nostri piedi,

su questo stesso suolo

molti sono morti.

Colpevoli?

Confinati nel ghetto, separati dagli altri abitanti

della città.

Da questa banditi.

Colpevoli?

Sfiliamo

tra le sedie commemorative.

Sedie per chi fu costretto ad aspettare ora, in piedi,

accanto ad una valigia inutile

fardello di illusioni

accorgimento strategico di fredde menti calcolatrici.

Sedie vuote.

Per chi non le può occupare.

Da molto tempo ormai.

Ma lo scorrere del tempo

rende il crimine meno grave?

la sofferenza meno intensa?

Colpevoli di cosa?

E adesso per un momento immaginate.

Al nostro ritorno, 10 febbraio

- Tutti i portatori dei difetti alla vista hanno l’ordine di indossare un segno distintivo sopra i vestiti in modo che sia sempre possibile riconoscerli.

- I portatori di difetti alla vista sono stati riconosciuti come elementi di svantaggio produttivo a danno della società

- Ai portatori di difetti alla vista è vietata la partecipazione alla vita politica della città e dello Stato.

- Le unioni tra cittadini sani e i cittadini misvedenti sono proibite; i difetti alla vista devono essere eliminati dalla linea di discendenza trentina.

- Tutti i portatori di difetti alla vista sono ora tenuti a risiedere nel quartiere della Clarina. Tutti.

- Chi tenta di nascondere la sua appartenenza al gruppo misvedente, tramite l’uso di lenti a contatto o in qualsiasi altro modo, è nemico della patria, poichè ostacola l’opera di rafforzamneto della sua stirpe. Chiunque smascheri un simile traditore, avrà diritto ad una ricompensa adeguata.

- I figli e i nipoti di misvedenti sono potenziali portatori dei geni infetti e pertanto vanno trattati con la stessaprassi riservata ai parenti.

- Sono da considerarsi misvedenti tutti coloro che hanno manifestato il disturbo prima del 14esimo anno di età.

Immaginate.

L’ansia di verificare i dati.

Dati sui quali è fondato uno spartiacque arbitrario.

Tu sei misvedente, tu no

Tu sei ebreo, tu no.

Tu muori, tu no.

Pensate ad un persona cara,

anche solo una,

che potrebbe essere considerata “misvedente”

Forse rientrate anche voi nella categoria. Ma se è così ignoratevi.

Pensate a quella persona.

Immaginatela nel piazzale del ghetto,

con le valigie in mano.

Ha appena varcato una delle porte.

E’ probabile che di là non esca più

o esca col treno.

Col treno.

CHE COSA FARESTE?

Irene

I Diari di Sanbaradio

Sfidando nuovamente il freddo di Cracovia, questo pomeriggio abbiamo visitato il ghetto ebraico ai margini della città. Camminando per le vie di quelle che è a tutti gli effetti un paese, si ha comunque la netta sensazione che nulla lì abbia mai vissuto una quotidianità “normale”. Gli ebrei sono stati schedati, contrassegnati e infine costretti a lasciare le proprie case, portando con sé poche indispensabili cose per trasferirsi qui. Alcune delle cose che la guida ci ha detto accompagnandoci nella visita, mi hanno colpito particolarmente. Ci ha raccontato del farmacista, l’unico tedesco rimasto a vivere con gli ebrei; del tram che passava nel bel mezzo del ghetto senza ovviamente fermarsi e dai cui finestrini ogni tanto qualcuno lanciava un pezzo di pane ai ragazzini ebrei che stavano immobili a fissarlo al suo passaggio; e il significato del monumento nella piazza: tante grandi sedie di ferro, simbolo degli oggetti che le famiglie costrette a trasferirsi nel ghetto portavano dalle loro case. Ci ha raccontato anche storie più cupe, come quella della notte in cui in mille morirono sotto i colpi di fucile delle SS. Gli ebrei a Cracovia prima dell’olocausto erano sessantamila, ne sopravvissero meno di quindicimila. Oggi la comunità ebraica, conta trecento persone. Pregano nella sinagoga della città ebraica, a poche centinaia di metri da quella che fu la loro prigione. Le emozioni di questo pomeriggio vanno ad aggiungersi a quelle degli scorsi giorni. Spero di avere un po’ di tempo per riflettere, ora.
Veronica Weiss
La gabbia è un oggetto, spesso di metallo o di legno limitante parzialmente o totalmente la libertà di animali in generale. Approssimativamente, questo poteva aver pensato un signore di mezza età mentre dal centro di una città veniva portato verso il quartiere residenziale, spregiativamente chiamato ghetto. La logica di un ghetto è semplice quanto efficace, mettere migliaia di persone in un luogo e gradualmente deportarle o ucciderle; uno stillicidio programmato. Tutto programmato, come la rasatura totale e la vendita dei capelli, come il bruciare le ceneri e la conseguente vendita della cenere agli agricoltori. E non credo che si siano fermati a questo, Chissà quanti burocrati o funzionari dietro la loro vezzosa marzialità di inflessibili tutori della legge hanno portato a termine trattative di compravendita di case lasciate dai prigionieri ebrei e dalle famiglie e quanti loro averi e beni sono stati confiscati e derubati. Certe volte credo che sia stata una operazione congiunta di furto con omicidio volontario.
Fabio Zacà
Cracovia è silente. E’ come un corpo che sopito conta le giornate che passano. E’ un corpo sano il suo, in forma, e la grande ferita che ha subito più di mezzo secolo fa, subendo il destino di tante altre città, ospitando in grembo la pazzia di un sistema fanatico e umanamente incomprensibile agli occhi nostri sembra rimarginata. Sembra che tutto funzioni. L’essenza vitale ha cominciato nuovamente a scorrere al suo interno. Lo vedi ovunque girando per la città: dai giovani che a gruppetti scherzano e ridono; alla coppia di innamorati che si bacia in mezzo alla piazza testimoniando il loro intimo sentimento; fino alla vecchina che vende dolci tipici polacchi sui cigli della strada e che sorridente li mette nelle mani della bambina incuriosita da tutto questo fragore.
Il ghetto non c’è più. Ha ripreso il suo vero nome, cancellando ciò che è una macchia assurda di un momento storico orribile. Ora è Cracovia. Resta un muro, una targa, le storie di una guida e il ricordo, la memoria di ciò che fu. Ma, ora, è Cracovia. Ed è bella come una principessa addormentata, come un pesco in fiore e come la sinfonia, lenta, di un violino. Cracovia ti culla. E se la guardi sorridente ha riscoperto che può sorridere. E lo fa bene.
Filippo Bonadiman

I Diari di Sanbaradio

Com’era umanamente possibile sopportare? Immaginare la condizione dei deportati ad Auschwitz e Birkenau è impossibile. Abbiamo visitato i campi di concentramento oggi, tutta la giornata tra i resti e le ricostruzioni di quelle fabbriche di morte. E’ necessario prendersi del tempo per elaborare quello che abbiamo visto. Luoghi reali, solide costruzioni, filo spinato, baracche di legno, depositi, rotaie… Tutto organizzato alla perfezione per privare i deportati di ogni cosa, fino ad arrivare a toglierli la loro stessa umanità e identità. Il campo di Auschwitz è stato ricostruito. E alcuni block sono stati allestiti a museo. Raccontano la vita nel campo, le condizioni igieniche, le procedure di internamento e quelle di morte. Nulla ti può lasciare indifferente. All’interno ho visto immensi mucchi di scarpe, occhiali, persino capelli… Il muro delle fucilazioni, le stanze delle torture, le camere a gas, i forni crematori. Lasciato Auschwitz ci siamo diretti a Birkenau, un campo di sterminio più grande di dieci volte rispetto ad Auschwitz. Un’immensa distesa di neve e vento. E lì, in quel gelo e tra i morsi della fame e di una stanchezza inimmaginabile, donne e uomini erano costretti a lavorare per interminabili ore vestiti di pochi stracci. E quattro camere a gas dalla superficie di duecentodieci metri quadrati ciascuna provvedevano a far sparire chiunque fosse inabile al lavoro o malato, donne incinte, vecchi e bambini. La nostra mente non è pronta, non può essere pronta, ad accettarlo. E’ indispensabile fermarsi, prendere tempo, pensare, ammettere che ciò è reale.
Veronica Weiss
Quel sole all’inizio inganna. La luce che rende tutto nitido agli occhi, vivo e caldo. E’ così ovunque. Qui più ingannevole del solito. Perché quel sole che ti riscalda di giorno, quando scompare e lascia spazio all’avanzata della notte, permette l’arrivo del freddo, che qui è pungente, come raramente ho sentito. Dagli alberi intorno al campo scende la neve che ricopre tutta la Polonia. Portata a terra da quel vento, si posa leggera e leggiadra. Senza chiedere, senza disturbare. Tutto è calmo, irreale, surreale, tranquillo e bianco. La natura convive con l’uomo e l’uomo con essa si adatta. Deve, per sopravvivere. Il vento gelato colpisce come frecce appuntite i corpi che si muovono tra i block di Auschwitz e di Birkenau. Non è vero, l’uomo non si adatta, qui sopravvive e sopporta. Sopporta il freddo e sopporta il dolore che stiamo visitando e che le guide dei campi ci stanno narrando. Dopo i nazisti la Polonia ora pensa al freddo, che invade questo territorio, ma a differenza dei primi, con la natura ora si convive in pace.
Il nostro passaggio si sente. Si vede. Le orme degli stivali e degli scarponi pesanti. Quelle restano per un po’ impresse nella neve. Si alternano due situazioni opposte dentro di me. La prima pensa a cosa c’è stato qui, dove ora le mie orme sono passate; la seconda riflette su l’oggi. E se per quel prima ho un’avversione che non sto a descrivervi, per quest’oggi ho la paura di un possibile ritorno al passato. Si parla di memoria, potrei dirvi le mie sensazioni, ma sono personali e mie. Posso dirvi “venite ad Auschwitz”, ne vale la pena. Costruiamoci una memoria, per ricordare, ma soprattutto per oggi. La seconda riflessione è aperta. E’ cominciata. E credo che continuerà, perché quello che ho visto oggi, le sensazioni, le riflessioni sull’assurdità di quella storia, di questa orrenda strage e pagina della nostra storia, sono le stesse situazioni, le stesse riflessioni riguardanti le assurdità di quello che sta accadendo oggi nel mondo. E’ facile commemorare e ricordare, è altrettanto facile parlare e dimenticare.
Filippo Bonadiman
Venerdì a mezzogiorno siamo arrivati a Cracovia, abbiamo sistemato i nostri bagagli in ostello e fatto un giro in centro. In sé una giornata qualunque, senza pensieri, la mente doveva essere sgombrata per cercare di capire cosa avrei visto il giorno dopo.
Sabato siamo stati ad Auschwitz. Potrei fermarmi qui, per convenienza, per stanchezza, per malavoglia, ma continuo. Controllo cosa indosso: Calzamaglia, pantaloni pesanti, calze di spugna, scarpe da neve, maglietta e maglione; piumino, guanti e cappello, appena si mette piede dentro il campo un freddo pungente reso ironico dal sole pallido mi fa pensare al prigioniero che sopravviveva con solo una camiciola di cotone e dei tremendi zoccoli di legno. La luce del sole sulla neve dona al campo una lucentezza da luogo sospeso, non irreale ma lontano, le baracche uguali, i locali uguali, la disposizione dei letti e dei giacigli identica, penso che qui la negazione dell’uomo iniziava sopratutto dalla negazione dell’immaginazione e della fantasia. Una destrutturazione della personalità graduale, prima la mente poi il corpo poi tutto insieme con una progressione scandita dagli improperi in tedesco e dalle fredde traduzioni degli interpreti. Se si vede l’Europa dagli Urali, la Polonia è il suo centro, ed è proprio in questo centro che la distruzione umana ha avuto la sua espressione migliore, ed è ancora più folle credere che l’Europa possa essersi ricomprata una verginità psicologica, certo che ai deportati importava assai poco quello che sarebbe successo di lì a qualche anno. Credo che queste persone vivano alla giornata, però non secondo il “carpe diem” di Orazio ma era un vivere nella inconscia consapevolezza che in un’ora, in un giorno o in un mese qualsiasi si poteva dire addio ad un mondo che ormai non era tale per coloro che dopo un processo di depersonalizzazione avevano poco di umanità. Mentre vado via da Birkenau guardo a destra e a sinistra, il campo è tremendamente immenso e il pensiero va in maniera uguale a un gulag in Siberia, a un Killing Field cambogiano e a un nuovo gulag, questa volta in Corea del Nord. Spesso agli Europei nati dal 1945 in poi si ricorda che sono fortunati ad essere nati in un continente senza dittature, però non sono soddisfatto né di come si sia arrivati né di come stiamo maltrattando la democrazia né tanto meno dei rapporti con paesi in cui la democrazia non è nemmeno una parola.
Fabio Zacà